Comprare abiti usati aiuta davvero il Pianeta? Solo se prima rivediamo le nostre abitudini di consumo.

Settembre è il mese perfetto per iniziare con il piede giusto e nuove abitudini più sane. Proprio in questo OxFam GB, una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo, lancia l’iniziativa #SecondHandSeptember, con lo scopo di normalizzare gli acquisti di seconda mano, ridurre gli sprechi e favorire il riciclo.

Ogni prodotto che acquistiamo ha un impatto più o meno grande sull’ambiente, inclusi i capi di abbigliamento, specialmente quando si tratta di fast fashion.

Con “fast fashion” si intende la moda che punta alla produzione di grandi quantitativi di capi a basso costo, pertanto con materiali di bassa qualità, a discapito della salute del Pianeta e dei diritti dei lavoratori. In virtù del basso costo e degli scarsi materiali, la maggior parte di questi capi finisce in discarica: si stima che ogni secondo nel mondo finisca nella spazzatura l’equivalente di un intero camion di tessuti (fonte: fondazione MacArthur).

L’industria della moda è responsabile dell’8-10% delle emissioni globali di CO2, del consumo di circa 1-5 trilioni di litri d’acqua l’anno, di circa il 20% dell’inquinamento delle acque industriali e della produzione, come già sottolineato, di grandi quantità di rifiuti tessili. (Fonte: “The Environmental Price of Fast Fashion”).

Riflessioni sui tranelli del mercato second hand

OxFam, con l’iniziativa #SecondHandSeptember, suggerisce alle persone di agire, anche nel proprio piccolo, prediligendo l’acquisto di capi vintage di seconda mano e normalizzando questo tipo di consumi. Il second hand comporta diversi vantaggi in termini ambientali e sociali: ci offre prodotti a prezzi ridotti, favorisce acquisti circolari, più sostenibili per l’ambiente e consente di risparmiare risorse tessili.

Queste iniziative diventano efficaci nel momento in cui sono affiancate da un’assunzione di consapevolezza dei consumatori e un conseguente cambio delle abitudini. Se è vero che comprare di seconda mano ci evita di finanziare brand di fast fashion, talvolta potrebbe tradursi semplicemente in un altro modo di consumare, di sfogare una voglia compulsiva di shopping con la differenza di sentirsi “più a posto con la coscienza” e quindi potenzialmente, di non interrogarsi sulle proprie azioni. 

Per questo è indispensabile un cambio di mentalità, che deve prima passare da una domanda fondamentale: “Ne ho davvero bisogno?”.

Per rispondere a questa domanda, possiamo iniziare da una cosa semplice come mettere in ordine i propri cassetti, il proprio armadio, tirando fuori tutto, davvero tutto, e osservare quello che possediamo. Ci accorgeremo di avere (nella maggior parte dei casi) davvero una montagna di capi. E questo potrebbe rappresentare un positivo effetto shock, che ci fa comprendere che forse, di qualcosa di nuovo, non abbiamo davvero bisogno.

Negli ultimi anni sono emerse diverse app che favoriscono lo shopping second hand, come Depop, Vinted, Rebelle, Vestiaire Collective, ecc. Vinted punta sul claim “è arrivato il momento di liberare l’armadio!” (guadagnando pure qualcosa). Questo spinge le persone a pensare di avere un’alternativa, anche proficua, a cui potrebbero appellarsi quando vanno a fare shopping: “lo compro, tanto poi al massimo se non mi piace più lo vendo su Vinted”. Ecco, questo è proprio il tipo di ragionamento che non bisognerebbe fare.

Utilizzare il second hand solo per sbarazzarsi dei propri vestiti di continuo (per poi ricomprane di nuovi), senza andare alla radice del problema, senza interrogarsi davvero sull’impatto dei propri acquisti, è parte del problema stesso.

 Quindi ben vengano iniziative di sensibilizzazione come il #SecondHandSeptember, ma prima dev’esserci, da parte nostra, un lavoro di informazione, di riflessione e di revisione delle nostre abitudini d’acquisto.  Altrimenti ci illudiamo di aver trovato un’altra falsa soluzione ad un problema gigantesco. 


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Greta Volpi

Contributor TerraBlog

Greta dà voce alla sua passione per la sostenibilità ambientale e sociale creando contenuti per il web e per i social e portando avanti progetti ed iniziative di sostenibilità nell’azienda in cui lavora. Ciò che la spinge a dare il proprio contributo per la salvaguardia del Pianeta è la credenza che le azioni di ognuno di noi, se sommate a quelle degli altri, possono generare un impatto positivo enorme.