L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL COTONE

La rubrica che veste verde di Emma Maiorino @emma.vesteverde

Avete mai preso in mano un fiore di cotone?

La prima volta non si scorda: è leggerissimo, letteralmente composto da una corolla di batuffoli bianchi, è unico nel suo genere…e come tutte le cose speciali ha un prezzo salato!

Coltivato per millenni in tutto il mondo, il cotone ha raggiunto l’Europa nel medioevo, e da allora è diventato la fibra naturale più diffusa (sebbene sia assai inferiore alla produzione di fibre sintetiche): nei nostri armadi, nei nostri letti, nelle cucine, nei bagni, etc. 

Nel XVIII sec. abbiamo permesso che l’industria del cotone diventasse luogo di schiavitù.

Fin dall’inizio della rivoluzione industriale la tessitura del cotone avveniva quasi tutta nel Regno Unito, in fabbriche alimentate da sfruttamento e lavoro minorile, per poi essere esportato dalla Compagnia delle Indie Orientali, espressione di colonialismo e imperialismo.

Il prezzo del cotone oggi è ancora più alto: sia a livello ambientale che sociale.

Oggi sono cambiate tecniche e aree geografiche, ma non ci siamo allontanati di molto dallo sfruttamento della manodopera in stile coloniale: vogliamo tutto, sempre di più e a prezzi sempre più bassi. E di fronte al “ricco uomo bianco”, i Paesi più fragili spesso non possono far altro che cercare di accondiscendere a tal punto da schiavizzare i loro stessi popoli. 

Basti pensare all’Uzbekistan dove, nel periodo del raccolto, quasi tutta la popolazione viene  costretta ai lavori forzati: dagli scolari delle elementari agli adulti professionisti.

O al caso della regione cinese dello Xinjiang dove avviene il 20% della produzione mondiale di cotone: qui lavora un “esercito” di 570 mila schiavi uiguri, etnia di religione islamica presente in Cina, costretti dal governo cinese a lavorare nei campi e nelle fabbriche di cotone della regione autonoma dello Xinjiang.

Altra piaga sociale è costituita dal cotone OGM Monsanto (diventata un colosso con astuzia e inganno). Quando un agricoltore compra i semi dall’azienda agricola Monsanto, questa resta proprietaria del brevetto dei futuri seminati dalle piante. L’agricoltore dovrà comprarne quindi di nuovi ogni anno e distruggere quelli ricavati dal raccolto dell’anno presente: questo sistema è causa di debiti e rovina dal 1997. Solo nel 2009 in India è stato contato un coltivatore suicida ogni 30 minuti.

Dal punto di vista ambientale il grave impatto deriva essenzialmente dall’enorme richiesta di una pianta estremamente fragile e delicata.

Il cotone richiede moltissima acqua: da 10.000 a 20.000 litri per Kg.

La Soil Association stima che la coltivazione del cotone sia responsabile del 69% dell’impronta idrica nel tessile, e l’ONU considera uno dei peggiori disastri ambientali causati dall’uomo il prosciugamento del Lago Aral in Asia centrale, causa deviazioni per irrigare le colture intensive.

Per crescere tanto e in fretta come vogliamo noi, sono diventate necessarie 200.000 tonnellate di pesticidi e 8 milioni di tonnellate di fertilizzanti sintetici annui che contaminano e impoveriscono il suolo e danneggiano la fauna selvatica.

L’avvelenamento da sostanze chimiche riguarda anche l’uomo: il Pesticide Action Network conta che ogni anno nel mondo muoiono per avvelenamento da pesticidi 1000 persone e un numero esponenzialmente più alto soffre di malattie correlate.

Ma non solo, si parla anche di contaminazione della catena alimentare: i pesticidi possono arrivare nel nostro piatto tramite le mucche, spesso nutrite con mangimi a base di semi di cotone. (Dati “Loved clothes last”, Orsola de Castro, co fondatrice Fashion Revolution Global)

Quindi qual è la soluzione?

La via del cotone biologico sembrerebbe la vincente, sebbene sia ancora un percorso ad ostacoli, pieno di lacune, dubbi e opinioni contrastanti… ma questa è un’altra storia.

La cosa più importante da ricordare è una sola, riassunta in queste parole di Marc Bain: “Una discarica piena di cotone biologico rimane una discarica piena. Quanto consumiamo è importante come quello che consumiamo. […] Quindi non acquistate nulla che non abbiate intenzione di tenere a lungo.”


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Emma Maiorino

Contributor TerraBlog

Laureata in design della moda con focus sul design dell’accessorio nel 2019. Nel 2021 si avvicina alle tematiche ecologiche e di sostenibilità e da inizio al profilo IG @emma.vesteverde bacino di informazioni e suggerimenti relativi alla moda sostenibile. Oggi studente di Master in Fashion Product Sustainability Management.