Dall’insostenibilità della fast fashion alla Fashion Revolution

Approfondimento a cura di Emma Maiorino @emma.vesteverde

Ogni 24 Aprile da quasi 10 anni, è una giornata che segna un’importante inversione di rotta per quanto riguarda i consumi legati alla moda: il 24 aprile si celebra il Fashion Revolution Day.

Questa giornata è dedicata alla memoria delle vittime di un tragico episodio avvenuto in una fabbrica tessile che ha provocato la morte di migliaia di persone che lavoravano nell’industria tessile: il crollo del Rana Plaza.

Si tratta di un edificio commerciale manifatturiero di otto piani a Dacca, capitale del Bangladesh, non adeguatamente manutenuto. All’interno di questo edificio erano presenti numerose fabbriche tessili impiegate da noti brand di fast fashion, dove si trovavano a lavorare migliaia di persone in condizioni inadeguate alla salvaguardia dei diritti umani e dei lavoratori. Orari eccessivi, paghe inadeguate, nessuna tutela.

Il 24 aprile 2013 il Rana Plaza subì un cedimento strutturale, e 7 piani si sbriciolarono su sé stessi portando con sé 1133 vittime e oltre 2500 feriti: più della metà delle vittime erano donne insieme ad un certo numero dei loro figli (poiché, non avendo sempre un’alternativa, capita spesso che le operaie li portino sul proprio luogo di lavoro).

Nonostante l’allarme e l’ordine di evacuazione dato il giorno prima, i proprietari delle fabbriche tessili si rifiutarono di interrompere la produzione, poiché avrebbe comportato ingenti perdite economiche, e i lavoratori furono minacciati e obbligati a presentarsi il giorno seguente.

C’è dunque chi sostiene che questo non sia definibile un incidente, bensì un vero e proprio omicidio legato al profitto, e che il collasso di questo edificio non a norma sia diventato “simbolo di un mondo che troppo spesso ha finito per anteporre il profitto ai diritti umani”.

La questione etica, il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, sono aspetti che spesso tendiamo a sottovalutare quando valutiamo la sostenibilità dell’acquisto di un capo di abbigliamento, eppure che vanno considerati fondamentali nell’ottica di un prodotto sostenibile.

Cos’è la Fashion Revolution

Proprio sulla base di questo principio, nel 2013, le designer di moda Orsola de Castro e Carry Somers diedero vita all’associazione internazionale senza scopo di lucro Fashion Revolution

Ne è nato un vero e proprio movimento ricco di persone da ogni angolo del pianeta che, unite dall’obiettivo comune di tutelare chi lavora nel mondo della moda, animano la rete specialmente in questo periodo dell’anno, in occasione del Fashion Revolution Day inglobato nella ormai nota Fashion Revolution Week, chiedendo a tutti consumatori e aziende:  #WhoMadeMyClothes ?

Il fatto che ad oggi sia necessario un tragico evento come questo per risvegliare le coscienze di noi occidentali è assai triste, ma lo sarebbe ancora di più illudersi del fatto che questo sia stato un evento isolato. Di una serie di accadimenti simili, è stato solo il più eclatante, che ha smosso associazioni, sindacati, attivisti.

Tra questi la Clean Clothes Campaign è stata in prima linea fin dall’inizio battendosi per il rispetto dei diritti dei lavoratori attivi in Bangladesh e in tutto il mondo.

Un primo grande traguardo è stato il Bangladesh Accord: questo sanciva l’impegno da parte dei firmatari di rifornirsi esclusivamente da parti terze certificate da un ente indipendente, istituto per verificarne le condizioni di sicurezza sul lavoro. Per la prima volta i marchi firmatari venivano considerati legalmente responsabili delle violazioni della sicurezza nella loro catena di approvvigionamento.

Firmarono quasi 200 brand contribuendo a rendere più sicure circa 1.600 fabbriche per 2 milioni di lavoratori. 

La seconda ratifica è entrata in vigore il 1 settembre 2021 con obiettivi legalmente e geograficamente più ampi (li ho riassunti qui).

Non possiamo mettere nero su bianco delle esatte previsioni per il futuro, ma sapere che questo ingranaggio sempre più grande sia in moto ogni giorno è certamente un grande sollievo.

Citando Deborah Lucchetti di Clean Clothes Campaign “non possiamo continuare ad assistere ad un tale sacrificio di vite umane dovuto alla totale irresponsabilità di un sistema produttivo basato sulla competizione al ribasso.”


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Emma Maiorino

Contributor TerraBlog

Laureata in design della moda con focus sul design dell’accessorio nel 2019. Nel 2021 si avvicina alle tematiche ecologiche e di sostenibilità e da inizio al profilo IG @emma.vesteverde bacino di informazioni e suggerimenti relativi alla moda sostenibile. Oggi studente di Master in Fashion Product Sustainability Management.