L’impronta di carbonio è uno strumento che ci permette di calcolare la quantità di emissioni di gas serra di un prodotto o servizio lungo tutto il ciclo di vita. Ma cosa significa quando parliamo di cibo? Come si calcola l’impronta di carbonio degli alimenti e perché è così importante tenerla in considerazione quando affrontiamo il tema della sostenibilità?

Cibo, identità e sostenibilità: una sfida tutta italiana
Quando pensiamo all’Italia la prima cosa che ci viene in mente potrebbe non essere la sua storia millenaria o il suo patrimonio artistico. Più spesso, pensiamo alla sua straordinaria cultura culinaria. Non a caso, esiste un detto secondo cui “gli italiani mangiano sempre e, quando non mangiano, parlano di cibo”.
Proprio per questo, parlare di sostenibilità e cambiamento climatico in relazione all’alimentazione non è semplice. Le abitudini alimentari sono profondamente radicate nella cultura e nella quotidianità, e metterle in discussione può sembrare complicato. Soprattutto per un italiano.

L’impatto del cibo sull’ambiente: che cos’è l’impronta di carbonio
I cibi, prima di giungere sulle nostre tavole attraversano numerose fasi: produzione, trasformazione, impacchettamento e trasporto. Ogni tappa di questo lungo viaggio implica una serie di impatti ambientali, che includono il consumo di risorse naturali, il rilascio di inquinanti negli ecosistemi e l’emissione di gas serra.
L’impronta di carbonio rappresenta uno di questi impatti, ed è ancora poco considerata quando si parla di alimentazione. Si tratta di un indicatore che ci permette di racchiudere, in un’unica misura, l’insieme di tutte le emissioni di gas serra lungo tutto il ciclo di vita di qualsiasi prodotto o servizio. Non solo: può essere calcolata anche per persone, aziende e persino interi Paesi.
Come si misura l’impronta di carbonio
L’unità di misura dell’impronta di carbonio è la CO₂ equivalente (CO2eq), un’unità che permette di confrontare l’effetto sul riscaldamento globale dei diversi gas serra – come metano e protossido di azoto – con quello dell’anidride carbonica, su un periodo di 100 anni.
Per calcolare l’impronta di un alimento è necessario analizzare l’intero ciclo di vita, considerando tutte le fasi che generano emissioni. Prendendo come esempio un piatto di pasta, occorre tenere conto delle risorse impiegate per la coltivazione del grano, dell’energia utilizzata nella trasformazione industriale, della produzione e dello smaltimento del packaging, del trasporto e persino della cottura domestica.

E quindi, cosa possiamo fare nel concreto?
Dovremmo smettere di mangiare tutti i cibi che hanno un impatto elevato sull’ambiente? In teoria sì, ma nella pratica è una soluzione poco realistica. Immaginare che oltre 8 miliardi di persone adottino improvvisamente una dieta composta esclusivamente da cereali, legumi e vegetali non è semplice né immediato.
Una strada più concreta e accessibile è quella di adottare piccole abitudini sostenibili, capaci di ridurre la nostra impronta di carbonio senza stravolgere la quotidianità. Scegliere prodotti locali e stagionali, limitare il consumo degli alimenti più impattanti e prestare attenzione alla qualità di ciò che portiamo in tavola sono passi semplici ma significativi.
Cosa c’entra la tua dieta? Lo scopriremo nel prossimo articolo
Nel prossimo approfondimento analizzeremo più da vicino l’impronta di carbonio di una dieta onnivora e la metteremo a confronto con una dieta prevalentemente vegetale. Un confronto utile per capire quanto le nostre scelte alimentari possano fare la differenza, ogni giorno, per il pianeta.

Valeria Frigerio
Contributor di Voci dalla Terra
Naturalista fin dalla nascita, vegetariana dall’età di 14 anni, dopo un viaggio in Egitto ha deciso di portare la sostenibilità, per quanto possibile, in ogni aspetto della sua vita.
Educatrice ambientale e referente Plastic Free, dopo la laurea in Ecologia ed Etologia per la Conservazione della Natura e il Master in Sviluppo Sostenibile è alla ricerca del suo posto nel mondo.

