La moda circolare: quella vera!

La rubrica che veste verde di Emma Maiorino @emma.vesteverde

Sull’onda del trend “Sostenibilità” molti nuovi termini, più o meno tecnici, sono entrati nel linguaggio pubblicitario e comune. Sebbene sia accaduto sia in buona- che in malafede, l’utilizzo di alcuni di questi è stato abusato e/o plasmato a proprio vantaggio, incrementando la difficoltà nel distinguere il vero dal marketing illecito.

Uno di tali concetti è la CIRCOLARITÀ.

Il principio di circolarità, che può anche essere percepito come una filosofia o un sistema, è stato ideato alla fine degli anni ’90 dal chimico tedesco Michael Braungart e dall’architetto americano William McDonough, e originariamente intitolato Cradle to Cradle (“dalla culla alla culla” per intendere “dall’origine all’origine”) in contrapposizione al concetto di Cradle to Grave (“dalla culla alla tomba”). I prodotti C2C sono infatti quelli la cui fine corrisponde ad una nuova origine, mantenuti e mantenibili in un sistema ciclico a livello biologico o rigenerativo tramite il riciclo.

Oggi, nel 2023, da definizione del Parlamento Europeo l’economia circolare “è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.”

L’obiettivo, nonché risultato, è esso stesso rappresentabile con un circuito chiuso: estendere il ciclo di vita dei prodotti, reintrodurne i materiali il più possibile con il riciclo, quindi produrre nuovi beni con le risorse rigenerate e ridurre i rifiuti al minimo.

Il modello circolare si contrappone al tradizionale modello economico lineare, fondato invece sul tipico schema “estrarre, produrre, utilizzare e gettare”, il quale, a causa dei ritmi e volumi di produzione dettati dal mercato contemporaneo, dipende fortemente dalla disponibilità di grandi quantità di materie prime ed energia, a prezzo possibilmente sempre più basso, ma non più facilmente reperibili.

Alle complicazioni date dai volumi si sommano anche quelle date dal cambiamento climatico che possono sensibilmente intaccare la disponibilità di risorse in particolare per alcuni settori tra cui il tessile.

L’economia circolare aiuta anche in questo: riutilizzare e reintrodurre materiali all’interno del ciclo produttivo consente di generare nuovo valore risparmiando sui materiali (ogni anno solo i consumatori sprecano 460 miliardi di dollari di valore gettando via abiti che potrebbero essere ancora indossati o trasformati in nuove risorse). 

Tornando alla domanda di partenza: qual è la moda veramente circolare?

È quella che rigenera materiali in disuso per produrre prodotti a loro volta riciclabili e ridurre sprechi e rifiuti.

Non è quella che produce capi misto cotone riciclato e poliestere, perché quello non è un tessuto riciclabile.

Non è la fast fashion che produce tonnellate di magliette in cotone riciclato, di cui grossa parte non sarà mai neanche venduta.

Non sono i resi rimessi in vendita nella sezione “second-hand” dei grandi rivenditori online.

La circolarità non sta nel materiale utilizzato, bensì nel modo in cui questo verrà utilizzato nella progettazione di un prodotto potenzialmente circolare e inserito in un modello di business circolare, che nel migliore dei casi comprende non solo la rigenerazione all’origine ma anche quella al fine vita.


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Emma Maiorino

Contributor TerraBlog

Laureata in design della moda con focus sul design dell’accessorio nel 2019. Nel 2021 si avvicina alle tematiche ecologiche e di sostenibilità e da inizio al profilo IG @emma.vesteverde bacino di informazioni e suggerimenti relativi alla moda sostenibile. Oggi studente di Master in Fashion Product Sustainability Management.