La rivoluzione del nylon

La rubrica che veste verde di Emma Maiorino @emma.vesteverde

Vi hanno mai raccontato una storia positiva relativa alla plastica?

Per nostra fortuna il processo di sensibilizzazione relativo all’impatto negativo del consumo di plastica monouso sta attecchendo, grazie soprattutto al lavoro di svariate iniziative tra cui Plastic Free July, portata avanti sin dal 2011 da Plastic Free Foundation.

Ricordandovi tale occasione però, oggi ci distinguiamo dal riverbero negativo per raccontarvi invece una storia rivoluzionaria, relativa ad un materiale plastico che segnò la storia.

Era il 27 ottobre 1938 quando il vicepresidente della DuPont, azienda chimica multinazionale famosa per lo sviluppo di alcuni materiali diventati fondamentali, annuncia al New York Herald Tribune la nascita di una nuova parola e un nuovo materiale: il nylon. Per l’esattezza “Nylon 6”, fibra poliammidica adatta a creare filamenti continui e resistenti, simili alla seta.

“Resistente come l’acciaio, delicato come la ragnatela” il nylon fu una vera e propria rivoluzione, fu la prima fibra tessile creata dall’uomo, che diede inizio alla cosiddetta “Man-made Fashion Revolution”.

La produzione ed utilizzo di fibre sintetiche, molto appetibili grazie alle infinite possibilità di lavorazione ed applicazione ed ai prezzi stracciati, ci è ovviamente sfuggita di mano. Prima di diventare i cugini cattivi del 100% cotone, lana o seta, materiali come il nylon e il poliestere rappresentarono un miracolo, soprattutto per le donne dell’epoca.

La prima applicazione del nylon furono infatti le calze collant.

Negli anni ’30 la divisa femminile consisteva ancora fortemente in abiti e gonne e di conseguenza calze velate. All’epoca però le calze velate erano un capo costoso e molto delicato, che non tutte potevano permettersi di sostituire ad ogni smagliatura: erano in seta e venivano importate dal Giappone

Possiamo dire quindi, che il nylon concesse una vera democratizzazione dei collant. Le nuove calze erano finalmente anti smagliatura, molto più resistenti ed accessibili a tutte rispetto alle tradizionali in seta.

In generale il nylon rappresentò una rivoluzione culturale, rese più semplice la vita delle donne, donando loro più tempo per se stesse: rendendo i materiali più facili da mantenere, da lavare e comprare, da riparare e stirare meno.

Parte della rivoluzione fu anche di natura patriottica: con tale invenzione gli Stati Uniti si liberarono in primis dalla dipendenza dall’acerrimo rivale Giappone per le calze in seta e, in generale, dalla dipendenza di materie prime straniere.

Purtroppo la rivoluzione culturale simboleggiata dal nylon sfociò in quella del consumismo esponenziale ed i suoi danni conseguenti, specialmente relativi alla moda sintetica.

Ad oggi si stima che circa 103.000 tonnellate di rifiuti di calzetteria siano creati ogni anno in tutto il mondo, e la ricerca per una moda più sostenibile sta pian piano offrendo, nell’ambito  della calzetteria, nuove alternative di materiali tra il riciclato e il bio-based, produzioni più responsabili, materiali naturali certificati e così via.

Vi è però un vantaggio che, indubbiamente, ci rimane da quell’invenzione del 1938. Ciò che oggi consente ai nostri calzini di durare anni, oltre al livello di qualità ovviamente, è quella sottilissima (ma estremamente resistente all’usura) rete di fibra sintetica che si nasconde tra le spesse fibre di cotone.

Non è invincibile, ma sicuramente ci risparmia numerose sedute in poltrona davanti alla tv con ago, uovo di legno e filo a rammendare dei buchi che, con grandi probabilità, si ripresenteranno dopo un paio di settimane.


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Emma Maiorino

Contributor TerraBlog

Laureata in design della moda con focus sul design dell’accessorio nel 2019. Nel 2021 si avvicina alle tematiche ecologiche e di sostenibilità e da inizio al profilo IG @emma.vesteverde bacino di informazioni e suggerimenti relativi alla moda sostenibile. Inoltre, ha conseguito un Master in Fashion Product Sustainability Management.