SPECISMO E ANTISPECISMO A CONFRONTO: DUE FILOSOFIE DI VITA AGLI OPPOSTI


L’Italia è forse il Paese più famoso al mondo per la ricchezza delle tradizioni culinarie che lo contraddistinguono. Ogni parte della nostra penisola è caratterizzata da uno o più piatti rappresentativi, la maggior parte dei quali contengono alimenti di derivazione animale.

Fin da piccolə, ci viene infatti insegnato che determinati cibi siano fondamentali per la nostra crescita: “il latte rende le ossa forti”, “la carne fa crescere i muscoli” e così via. Considerando che la maggior parte delle persone intorno a noi si nutre di quegli alimenti, chiedersi da dove realmente arrivino non è così immediato.

La difficoltà nell’associare ciò che si mangia con l’animale da cui proviene è una dissonanza cognitiva che prende il nome di “paradosso della carne”: sappiamo che nutrirsi di animali implica ucciderli, ma continuiamo a mangiarli; diciamo di amarli, eppure non smettiamo di nutrirci con essi.

Il mondo dell’industria alimentare è ben consapevole di questo meccanismo psicologico, infatti lo sfrutta a proprio vantaggio proponendoci alimenti confezionati in modo che ricordino il meno possibile l’animale da cui provengono.

Questo modo di vivere il nostro rapporto con gli animali, è contraddistinto dalla visione specista con cui cresciamo: con questo termine, ci si riferisce alla “convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali, e pertanto devono godere di maggiori diritti”.

Il termine “specismo” compare per la prima volta nel 1970 in un opuscolo contro gli esperimenti sugli animali scritto dallo psicologo Richard D. Ryder, ed assunse con il tempo un significato sempre più strutturato: lo specismo è la centralità attribuita dalla specie umana a sé stessa. È qualcosa in più dell’antropocentrismo, è una sorta di rivendicazione del diritto di disporre a piacimento dei corpi, delle vite, di individui appartenenti ad altre specie.

In contrapposizione a questa visione nasce il concetto di “antispecismo”,  una filosofia (ma anche un movimento sociale) che chiede la parità tra le specie e sottolinea la necessità di attuare comportamenti in equilibrio con gli ecosistemi per ridurre la distanza che abbiamo messo tra noi e la natura, ma non solo: tra gli esseri umani tra di loro e i diversi generi e tra le persone e gli animali.

Questo si divide in due tipologie:

  • Antispecismo classico, è una forma di opposizione filosofica, politica e culturale all’oppressione animale. Si pone come obiettivo unico la fine dell’oppressione animale e sostiene che ogni attività intrapresa debba muoversi verso un’evoluzione socio-culturale antispecista.
  • Antispecismo politico, è una forma di attivismo basato sulla convinzione che solo una lotta congiunta che abbia come obiettivo la liberazione totale degli animali, umani compresi (da strutture sociali limitanti e/o da forme di oppressione effettiva quali il razzismo, il sessismo, etc), possa essere considerata la strada più promettente in grado di garantire un effettivo cambiamento. L’obiettivo è quindi quello di salvaguardare sia i diritti dell’umano che dell’animale.

Tendenzialmente, chi sceglie di abbracciare lo stile di vita vegano non si “limita” a modificare le proprie abitudini alimentari, ma applica il concetto di antispecismo in ogni ambito della propria vita: dall’abbigliamento (come abbiamo visto in questo recente approfondimento a cura di Emma Maiorino) allo sport, dal mondo dello spettacolo ai cosmetici, e così via.

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Marta Bagnasco

Social Media Manager di Terralab

Laureata in Scienze Motorie, in autunno seguirà un master in Management della Sostenibilità. Green Content Creator, tramite i propri canali social parla di minimalismo sostenibile e di acquisire maggiore consapevolezza a 360°, con ironia e gentilezza.