Verso un mondo senza rifiuti

Cos’hanno in comune il deserto di Atacama, Agbogbloshie (quartiere di Accra, capitale del Ghana) e il bel mezzo dell’Oceano Pacifico? Sono diventati depositi per i nostri rifiuti, discariche. 

Il deserto di Atacama è conosciuto per essere la più grande discarica di abbigliamento al mondo. Agbogbloshie è invece la più grande discarica di rifiuti elettronici, un’area molto povera e profondamente inquinata. L’Oceano Pacifico infine ospita le conosciutissime isole di plastica, distese di rifiuti che – per via delle correnti – si radunano nello stesso punto. 

Ma da dove arrivano tutti questi rifiuti? Ci sarebbero più risposte da dare, ma oggi ci concentriamo sulla principale origine dei rifiuti, ovvero il nostro modello economico.

Il nostro modello è – ad oggi – lineare: si estraggono risorse dal Pianeta, le si lavora per produrre beni che poi vengono venduti, utilizzati e gettati via.

Ma via dove? C’è una famosa frase di Annie Leonard (co-Executive Director di Greenpeace USA e creatrice di “The Story of Stuff Project”) che recita “There is no such thing as “away”, when we throw something away it must go somewhere”. 

Ed è qui che entra in gioco un modello alternativo che sia, invece, circolare

L’obiettivo qui è rimettere in circolo, continuare a sfruttare i materiali e le risorse che abbiamo già estratto dalla Terra e non farle mai arrivare ad un fine vita, ad un momento in cui le si getta via.

Secondo questo modello, noi dovremmo utilizzare risorse per produrre un bene, venderlo e utilizzarlo e poi – una volta arrivati alla fine della fase di utilizzo – mettere in atto delle strategie di circolarità per riutilizzare il prodotto stesso (o i materiali di cui è composto) il più a lungo possibile, evitando così che tutto vada sprecato.

Per parlare di strategie di circolarità è necessario però fare una distinzione.

Il modello circolare distingue i materiali in due grandi famiglie: biologici e tecnici.

I materiali biologici sono quelli che possono biodegradarsi, quelli tecnici no. 

La strategia di circolarità per i materiali biologici è essenzialmente una, che prevede il loro reinserimento nell’ecosistema naturale

Per mantenere in vita i materiali tecnici servono invece altre strategie di circolarità, tra cui la riparazione, la condivisione, il riuso, il ricondizionamento e il riciclo.

Tutte queste soluzioni permettono di tenere in vita il più a lungo possibile un prodotto o i materiali con cui è composto.

The butterfly diagram: visualising the circular economy, in ellenmacarthurfoundation.com

Un approccio circolare alla produzione e al consumo è – prima di tutto – un approccio intenzionale

Questo significa che dobbiamo partire dall’inizio del ciclo di vita di un prodotto a ragionare sulle strategie che potrebbero poi essere messe in pratica per mantenerlo in vita il più a lungo possibile

Un prodotto deve essere progettato perché possa poi essere facilmente rimesso in circolo, altrimenti potremmo ritrovarci con prodotti che non possono essere riparati, aggiornati o riciclati e allora sì che diventerebbe difficile mantenerli in vita. 

E anche noi, come consumatorə, possiamo provare a mettere in pratica questo approccio da subito con i beni che già abbiamo intorno a noi. 

Proviamo sempre a chiederci: cosa posso fare per evitare che questo oggetto vada buttato? Posso scambiarlo? Regalarlo o venderlo? Aggiustarlo? Reinventarlo? 

Certo, questa è una versione più piccola (e meno sistemica) di economia circolare, ma è pur sempre un modo per iniziare a modificare la nostra mentalità.

Applicare queste strategie significa ripensare radicalmente il nostro approccio alla progettazione, alla produzione e al consumo di beni. E potrebbe rappresentare anche una strategia di lungo periodo per evitare che altri luoghi del nostro Pianeta vengano trasformati in orribili e pericolosi depositi dei nostri rifiuti. 


member

Anna Meda

PM Aziende Leggere TerraLab

Anna Meda, fondatrice del progetto Storie Sfuse e membro di TerraLab Onlus.
Laureata in Service Design e appassionata di sostenibilità ambientale e sociale, si impegna a promuovere stili di vita ad impatto ridotto, nella profonda convinzione che la consapevolezza sia il primo passo verso il cambiamento.